Quando era nato, nel 1910, la sua
Trieste faceva parte dell'Impero austro ungarico. In una vita
che ha superato alla grande e non di poco i cento anni (ne aveva
compiuti 107 il 12 aprile), Gillo Dorfles, scomparso oggi a
Milano, si e' preso il lusso di sperimentare di tutto, dalla
medicina alla filosofia, l'arte, l'architettura, la musica, la
moda. E ha conosciuto praticamente tutti, da Italo Svevo quando
era impiegato in una fabbrica di vernici a Eugenio Montale di
cui era intimo, fino a Lucio Fontana, che ha contribuito a
lanciare. Ha preso il caffé con Cesare Pavese e battibeccato
con Salvatore Quasimodo, e' stato ospite di Frank Lloyd Wright e
amico personale di Renzo Piano. Ma soprattutto ha avuto la
fortuna e la forza di essere incredibilmente lucido e attivo
fino all'ultimo, tanto da partecipare a metà gennaio alla
Triennale all'inaugurazione di Vitriol, una personale dedicata
ai disegni realizzati tra il 2010 e il 2016.
In parte sarà stata una questione di dna, certo. Come per quel
suo corpo magrissimo e per quella sua splendida faccia, scolpita
dalle rughe. Ma il suo segreto, forse proprio l'elisir che gli
ha garantito una cosi' lunga e bella vita, e' sicuramente nella
passione e nella curiosità per il mondo e per il presente, nella
capacita' di essere 'contemporaneo' fino al midollo, senza
cedimenti. ''Ho dimenticato meta' secolo e sto dimenticando
l'altra meta' perche' voglio vivere nel futuro'', rispondeva
pacato, qualche tempo fa ad un intervistatore che aveva fatto
l'errore di ricordargli l'età.
Arte, gusto, miti, mode: decano dei critici italiani e lui
stesso pittore di talento, Dorfles e' stato uno straordinario
testimone e protagonista del Novecento e oltre. Nato a Trieste
da padre goriziano e madre genovese, laureato in medicina e
specializzato in psichiatria, una grande passione anche per i
cavalli, Angelo detto 'Gillo' ha da subito preferito l'attività
di pittore e l'impegno come critico e studioso d'arte, che lo ha
portato poi ad insegnare estetica nelle Università di Firenze,
Trieste, Venezia e Milano: ''L'arte e' l'unica passione a cui
sono rimasto sempre fedele, sin dalle prime folgorazioni
dell'astrattismo di Klee e di Kandinsky'', ha ripetuto spesso.
Anche se l'interesse per la psichiatria, le sue letture attente
di Jung e Rudolf Steiner, rimarranno una sorta di filo
conduttore in molti suoi scritti. Nel 1948, insieme con Atanasio
Soldati, Gianni Monnet e Bruno Munari, e' stato tra i fondatori
del Mac - Movimento per l'arte concreta e nel 1956 ha
contribuito alla realizzazione dell'Adi (Associazione per il
disegno industriale). La sua bibliografia e' sterminata come i
suoi interessi. In tanti decenni di attività ha scritto
monografie di artisti (da Bosch fino a Toti Scialoja), ha
pubblicato studi sull'architettura e un saggio che ha fatto
epoca sul disegno industriale (Il disegno industriale e la sua
estetica, 1963). Con un libro diventato un cult ha insegnato
agli italiani cos'e' il kitsch (Il Kitsch, antologia del cattivo
gusto, 1968). E nel 2012, a 45 anni di distanza dall'uscita di
quel testo che fu una pietra miliare per comprendere
l'evoluzione del cattivo gusto nell'arte moderna, la Triennale
di Milano gli ha reso omaggio con una mostra (Gillo Dorfles.
Kitsch oggi il Kitsch) per descrivere il fenomeno in tutte le
sue più recenti articolazioni.
Non solo un testimone, insomma. Ponendosi come figura
trasversale e non canonica, Dorfles ha contributo in maniera
sostanziale al rinnovamento nel dopoguerra dell'estetica
italiana, del modo di vedere l'arte e la produzione di oggetti
del nostro tempo, attento alla fotografia come alla pubblicità,
spesso provando ad affrontare l'aspetto socio-antropologico dei
fenomeni estetici e culturali, facendo ricorso anche agli
strumenti della linguistica. Accademico onorario di Brera,
Fellow della World Academy of Art and Sciences, Dottore honoris
causa del Politecnico di Milano e dell'Universitad Autonoma di
Citta' del Messico, ha ricevuto tantissimi premi, dal Compasso
d'oro dell'associazione per il design industriale (ADI) al
Premio della critica internazionale di Girona, Matchette Award
for Aesthetics.
Negli ultimi tempi si era concentrato sulla passione per
l'alchimia, suo vecchio pallino. Vitriol, l'enigmatico
personaggio che aveva inventato nel 2010 e che ha dato il titolo
all'ultima rassegna della Triennale, nasconde nel suo nome uno
degli acronimi più usati dagli alchimisti. "Ognuno deve
costruirsi il suo Vitriol", spiegava paziente al cronista, "la
ricerca della Pietra Filosofale è quella del mistero che sta
alla base della vita". La sua, confidava, la vedeva come una
pietra "piccola, poco pesante". E forse, chissà, alla fine l'ha
anche trovata.
LB/ S0B QBXB
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