Gli appuntamenti del Teatro Massimo per ricordare i 30 anni dalle stragi mafiose del 1992 sono entrati nel vivo e ieri sera è andato in scena "Cenere" di Gery Palazzotto.
"Storia lunga e contorta", storia di omissioni, parole non dette, tradimenti istituzionali.
Il racconto del più
grande depistaggio della storia giudiziaria italiana e di quel
che resta di un rogo.
L'incendio è nella strage di Capaci, nella stanza del
giudice Falcone svuotata appena 7 giorni dopo la morte, tolti i
sigilli. L'incendio è in via D'Amelio con la sparizione
dell'agenda rossa. L'incendio è nelle menti di chi vorrebbe la
verità e non può ottenerla. Palazzotto suggerisce che a bruciare
è stata la verità. Il senso del fallimento giudiziario morde, fa
male, ancora oggi. La sofferenza è generata dalla morte della
logica, in una storia in cui due più due non fa mai quattro.
Lo spettacolo non concede nulla alla spettacolarizzazione
dei fatti, tanto enormi da invitare all'iperbole. E, invece, non
troviamo rabbia, solo una disperata ricerca di riflessione seria
su quanto è accaduto dopo le stragi. "Cenere" chiude la trilogia
che Gery Palazzotto ha dedicato al Teatro d'inchiesta, con "Le
parole rubate" e poi "Traditori", sempre prodotti dal Teatro
Massimo di Palermo. Le musiche sono firmate da Marco Betta,
impegnato qui come musicista e come soprintendente, Fabio
Lannino e Diego Spitaleri. Nel finale la linea armonica continua
di Betta è abbastanza riconoscibile e ancora una volta le
melodie non esprimono rabbia, solo rimpianto, solo il tragico
nascondimento della verità. Paolo Borsellino chiede di essere
ascoltato a Caltanissetta, il giudice Tinebra non lo chiama. Il
pentito Scarantino dice la sua versione ma viene sconfessato da
più collaboratori che non verranno presi in considerazione. Anzi
le indagini verranno affidate ai Servizi segreti.
Siamo molto lontani dalla verità, condannati alla nebbia
insopportabile e sono passati 30 anni. Sullo sfondo vengono
proiettati i bellissimi artworks di Francesco De Grandi, poche
linee, molti teschi, una clessidra che misura il tempo con la
morte, molto efficaci.
Lo spettacolo meriterebbe di andare in tournée, non solo per
il suo valore civile, ma anche per la straordinaria bravura di
Gigi Borruso che si sdoppia in due personaggi contrapposti, uno
ha fiducia nella Giustizia e vuole la verità, l'altro che invece
si sente infastidito da "tale ossessione per il complotto".
Segue il ritmo del racconto, ma anche della musica, in perfetta
sincronia. Unica nota che potrebbe invitare alla speranza:
quando si alza lo schermo, mentre Antonino Saladino è ancora al
violoncello, compare la Massimo Youth Orchestra, tutti
giovanissimi, diretti dal maestro Michele De Luca. E poi i due
solisti del Massimo, Yuriko Nishihara e Alessandro Cascioli,
intensi, bravi, sono le due schegge delle drammatiche
esplosioni.
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