(di Giorgio Gosetti) Il 22 febbraio Giuliano Montaldo festeggia i suoi giovani 90 anni: una giornata da trascorrere nella sua luminosa abitazione romana con l'amatissima moglie, Vera Pescarolo; da attraversare nel sole primaverile di una Roma che nel tempo è diventata casa per questo genovese navigatore e spericolato; un compleanno a cui brindare con gli amici sulla riva del Tevere, schivando ritualità troppo solenni perché tra le doti di Giuliano c'è l'arte dell'autoironia dispiegata da sempre a piene mani.
L'eterno ragazzo di Cinecittà è nato a Genova il 22 febbraio
del 1930; fin da ragazzo ha l'occhio del navigatore come
Colombo, la voce di un Gino Paoli dai toni baritonali, la
passione militante del giovane Calvino partigiano, il piacere
dello scherzo di Paolo Villaggio e la leggerezza poetica di Lele
Luzzati, tutti liguri come lui, tutti un po' saggi e un po'
matti come lui.
A guerra finita da un po', come tanti provinciali col sogno
del cinema, il ventenne Giuliano scende alla scoperta di Roma. È
alto, bello, dotato di magnetici occhi azzurri e modi eleganti
da conquistatore. Ma non è per questo che l'esordiente regista
Carlo Lizzani lo chiama al suo fianco nel 1951 per « Achtung,
Banditi! » . Il film sarà girato in Liguria, i soldi
scarseggiano (sarà prodotto in cooperativa col sostegno dei
partigiani) e serve un aiuto-regista pratico dei luoghi. Sul set
sono praticamente tutti alle prime armi e Montaldo si fa notare
anche come attore. Con Lizzani è amicizia vera e durerà tutta la
vita: nel film successivo "Cronache di poveri amanti" del '54
c'è ancora una particina per lui ma intanto il ragazzo genovese
si impratichisce da regista rubando a tutti i segreti del
mestiere: per Gillo Pontecorvo (con cui divide la casa a Roma
insieme a Franco Giraldi e Callisto Cosulich) doppia perfino un
cane nel documentario "Cani dietro le sbarre" e poi canterà in
russo per doppiare un prigioniero nel lager di "Kapo"; Citto
Maselli e Luciano Emmer gli insegnano la tecnica, Elio Petri per
cui recita ne "L'assassino" del 1961 lo spinge a debuttare a sua
volta dietro la macchina da presa. Con "Tiro al piccione" dello
stesso anno, il cinema italiano scopre un nuovo talento ma basta
il soggetto scelto (l'amaro destino di un soldatino della
Repubblica Sociale negli ultimi giorni del fascismo) per capire
che Montaldo non ama le scelte facili. Infatti il film (come il
successivo "Una bella grinta" del '65) non gode dei favori della
critica di sinistra e anche all'interno del PCI Giuliano dovrà
difendersi da qualche processo sommario di troppo. Come del
resto dalle accuse di oltraggio al pudore che piovono sul
documentario "Nudi per vivere" sulla Parigi del sesso che firma
nel '63 insieme a Petri e Giulio Questi col bizzarro acronimo
Elio Montesti che i tre non sveleranno per molti anni
Testardo, metodico, incoraggiato da colleghi che resteranno
amici veri tutta la vita (Lizzani e Pontecorvo sopra tutti)
Montaldo capisce che è attraverso un uso intelligente dei generi
popolari che può fare il "suo" cinema e che il vento
internazionalista degli anni '60 può assecondare il suo gusto
dell'avventura e del viaggio. Ecco allora thriller di buona
fattura come "Ad ogni costo" con Edward G.Robinson e "Gli
intoccabili" con John Cassavetes che gli conquistano la fiducia
dei produttori. Infatti il successivo "Gott mit uns " del 1970
ha ben altra ambizione: ambientato al crepuscolo della Germania
nazista, il film da' l'avvio a una trilogia sulle aberrazioni
del potere che dopo l'esercito prenderà di mira la giustizia
("Sacco e Vanzetti", 1971) e la chiesa ("Giordano Bruno", 1973).
Anche grazie alla perfetta sintonia con Gian Maria Volonte' che
ne è memorabile eroe, i due film sono grandi successi popolari,
ma non distolgono il regista dalla sua vocazione militante.
Adesso vuole recuperare la storia partigiana e il copione di
Franco Solinas per "L'Agnese va a morire" sembra perfetto per
emozionare il pubblico. Invece una serie di difficoltà
produttive costringono Montaldo a lavorare in economia, proprio
come ai tempi di "Achtung, Banditi!". E come allora è la gente
comune, ieri i liguri adesso gli emiliani, a salvare le sorti
del film che grazie a una intensa e inattesa Ingrid Thulin non
deluderà le attese. Siamo alla fine degli anni '70 e anche per
Montaldo si aprono le porte della Rai e del cinema per la tv. Ma
dopo la bella sperimentazione di "Circuito chiuso" (1978) la
nuova sfida è il kolossal, la biografia di un viaggiatore che
molto gli assomiglia. Con sua moglie Vera, Giuliano fa le
valigie e parte per la Cina con "Il Milione" sottobraccio. Gli
otto episodi del suo "Marco Polo" (1982-1983) sono un fiore
all'occhiello per la tv e segnano la prima vera apertura della
Cina comunista alle troupes occidentali dopo i viaggi
pionieristici di Carlo Lizzani )1958) e Michelangelo Antonioni
(1973).
Negli anni successivi sono ancora tante le avventure
dell'eterno ragazzo del nostro cinema: le battaglie politiche
all'interno dell'Anac (l'associazione degli autori), il cinema
letterario ("Gli occhiali d'oro", 1987 e "Tempo di uccidere",
1989), Il documentario militante (fin da "L'addio a Berlinguer"
del 1984), le incursioni da attore (memorabile l'incontro con
Nanni Moretti ne "Il caimano", 2006), perfino la presidenza del
David di Donatello nel 2017. Ma per gli spettatori di oggi il
volto e la voce di Giuliano sono familiari come se si trattasse
di uno zio bonario. Merito di Francesco Bruni che lo ha voluto
protagonista di "Tutto quello che vuoi" del 2017. Con il ruolo
del poeta Giorgio Gherarducci, la calda umanità che conoscono
tutti quelli che lo hanno incontrato negli anni, la passione per
l'aneddoto cui personaggio e interprete attingono a piene mani,
lo sguardo lontano e subito dopo lucido e ironico, Giuliano
Montaldo si è conquistato un David di Donatello e un futuro da
protagonista sullo schermo. Da domani è pronto per nuove
avventure.
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