"Non sono un'esperta, ma mi pare chiaro che la mancanza di regole precise che chiariscano le modalità di applicazione delle regole esistenti pone le persone già gravemente malate in uno stato di confusione totale. So che la Regione Emilia-Romagna ha approvato delle 'linee di indirizzo' per rispondere alle richiesta di chi vuole essere aiutato a morire senza soffrire. So che prossimamente si voterà anche una legge regionale che darebbe finalmente certezze definitive alle persone sulle modalità di accedere a quello che è già un loro diritto. Spero che chi fa parte del Consiglio regionale vorrà cogliere questa opportunità". Lo scrive in una "lettera alla politica" consegnata all'associazione Coscioni la figlia di Paola, donna di 89 anni malata di Parkinson che a febbraio di un anno fa è morta in una clinica in Svizzera, dove è stata accompagnata da Felicetta Maltese e Virginia Fiume, indagate insieme a Marco Cappato, dopo essersi autodenunciate, per aiuto al suicidio. Per loro la Procura di Bologna ha chiesto l'archiviazione ma non è ancora arrivata la decisione del Gip.
"Paola, mia mamma, ha ottenuto in Svizzera ciò che avrebbe voluto poter ottenere nella sua casa a Bologna, ovvero l'aiuto medico a terminare una sofferenza ormai divenuta insopportabile a causa di una malattia irreversibile", scrive la figlia. Ha dovuto andare all'estero "in quanto non aveva garanzia di poter accedere, e in che tempi, all' 'aiuto al suicidio' in Italia".
Ha dunque "preferito una soluzione molto più faticosa, ma certa nell'esito e nei tempi. Lei per sua fortuna poteva permetterselo economicamente, molti altri invece no". "Ora che è passato del tempo - conclude la lettera - non penso più soltanto a mia mamma, ma a chi altro può cadere in una condizione simile. Non dobbiamo infatti dimenticare che le sofferenze atroci non sono mai una scelta, ma uno stato di salute che a tutti può capitare. Per molti malati irreversibili l'attesa è la tortura peggiore".
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