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Responsabilità editoriale di ASviS
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“Il consenso che sembrava essersi consolidato intorno alla desiderabilità del modello democratico oggi non c’è più. Anzi, i regimi autocratici pretendono di avere le risposte alla crisi della democrazia: in tema di sicurezza, uguaglianza, identità, efficienza”. Così scrive Mauro Magatti, membro del Comitato scientifico dell’ASviS, su Avvenire, sottolineando: “significa che, negli anni a venire, le democrazie dovranno dimostrare di essere all’altezza del nuovo tempo storico”.
Il mondo, e in particolare l’Occidente, è di fronte a una sfida cruciale per il mantenimento dei valori che negli anni lo hanno contraddistinto, come la tutela dei diritti, la difesa delle minoranze, la libertà di parola. A livello globale, da ormai dieci anni il livello di democratizzazione degli Stati è in continuo declino, come ci dice il Global democracy index dell’Economist, con il 6,6% della popolazione mondiale che vive oggi in “democrazie complete”, il 38,4% in “democrazie incomplete” (tra cui l’Italia), il 15,7% in “regimi ibridi” e ben il 38,2% in “regimi autoritari”. E in questo sgretolamento rischiamo di finirci anche noi europei, Italia inclusa, che secondo il “Liberties rule of law report”, basato sull’analisi sullo Stato di diritto della Commissione europea, nel 2024 si è annoverata nel gruppo di Paesi in cui “i governi hanno sistematicamente non rispettato lo stato di diritto”.
Il Rapporto della ong Liberties Union ci racconta i diversi motivi per cui i Paesi europei rischiano di scivolare verso modelli autocratici, ovvero quelle forme di governo in cui il potere è detenuto da un singolo individuo, dunque l’opposto delle democrazie. Le cause risiedono, ad esempio, in sistemi giudiziari sempre più manipolati dalla politica, nell’aumento del peso e del numero di organizzazioni politiche populiste, nella mancanza di trasparenza e nella debolezza nell’applicazione delle leggi. Ma soprattutto il Rapporto identifica come ulteriori cause: la diminuzione della libertà di espressione, dovuta anche alle interferenze della politica sui mezzi di comunicazione; la restrizione degli spazi di libertà civili, a causa di misure che limitano la protesta pacifica e la libera associazione, come nel caso delle manifestazioni degli attivisti per il clima e di quelli pro-Palestina; la riduzione dei diritti umani, soprattutto per l’inasprimento delle politiche migratorie e una diffusione sempre più massiccia di discorsi di odio verso le minorità. L’Italia nel 2024 ha visto un peggioramento in particolare sull’indipendenza della giustizia, l’erosione della libertà di espressione e il diritto alla protesta.
Siamo dunque di fronte a una situazione che genera in alcuni una certa “melanconia della democrazia”, per usare le parole di Massimo Recalcati su La Repubblica, che descrive l’affanno dei modelli democratici di fronte alla “forza iperattiva dei nazionalismi sovranisti”, con un’Europa schiacciata tra “il vigore populista del trumpismo” e “la contestazione autocratica del parlamentarismo democratico” che anima la Russia di Putin (e non solo). Ma l’efficacia senza legge del populismo cela un “riferimento del tutto demagogico del potere del popolo”. Siamo di fronte, dice Recalcati, a “un nuovo virus che la democrazia non deve sottovalutare ma deve riuscire a fronteggiare”.
Ma come possiamo affrontare il malessere delle democrazie e rendere i nostri valori “resilienti”, senza venire schiacciati o trascinati dai governi autocratici o populisti? La risposta è ovviamente molto complessa, ma proverò a dare alcuni primi spunti di riflessione.
In primo luogo, per riconquistare la fiducia nei governi occorrono governi che meritino fiducia. La disaffezione per le democrazie è infatti strettamente collegata alla sfiducia delle cittadine e dei cittadini di fronte a politiche inadeguate sulle questioni che li toccano da vicino. Talvolta, invece, le politiche sono adeguate ma risultano scelte scomode, che richiedono un importante lavoro di comunicazione per poter essere accettate senza generare scontento. A contribuire al malessere sociale ci sono poi corruzione e disuguaglianze, che erodono ulteriormente la fiducia nei governi. In un contesto italiano di crescenti disparità, in particolare, le disuguaglianze non possono più essere affrontate solo ex post, attraverso bonus o forme di imposta negativa sui redditi: i processi di concentrazione della ricchezza e le disparità distributive vanno affrontate anche ex ante. E poi c’è la tutela dei diritti: come può una democrazia essere credibile e denominarsi tale se non mette al centro i diritti di ogni cittadina, cittadino e persona che mette piede nel territorio italiano?
In secondo luogo, bisogna ricostruire le relazioni tra partiti ed elettorato. L’insoddisfazione per le democrazie passa infatti anche dall’incapacità di politici e partiti politici di offrire scelte e idee chiare, ed essere dunque credibili, e di dialogare con elettrici ed elettori. Come scrive Giuliano Amato su La Repubblica in un articolo dal titolo “Perché la democrazia ha ancora bisogno di vivere nei partiti”, il cambiamento epocale dei modi di comunicazione, dalla televisione ai social, ha giocato un ruolo determinante nella trasformazione dei partiti, influenzando in particolare il contatto fisico: con le televisioni i leader politici raggiungono gli spettatori senza dialogarci, con i social i cittadini commentano le attività dei politici senza incontrarli e passano da interlocutori a tifosi. Questo genera più facilmente “aggregazioni contro aggregazioni”, giacché è più facile per i cittadini seguire leader che si dicono d’accordo con le loro preoccupazioni, ed è più facile per i partiti additare come nemici coloro a cui si possono attribuire le ansie e i malumori della cittadinanza. Nascono così anche le “aggregazioni politiche populiste”, dice Amato, che “tendono a radicalizzare le posizioni, si sottraggono al compromesso con gli altri, arrivano a deformare o a paralizzare le stesse procedure della democrazia parlamentare, la quale è tuttora concepita allo scopo di favorire il confronto e possibilmente l'incontro fra posizioni diverse. Di qui la fragilità attuale delle democrazie, di cui tanto si parla”. Per rinvigorire la democrazia, dunque, bisogna riprendere il filo della partecipazione politica e lavorare sul dialogo con le cittadine e i cittadini, ascoltandoli e rispondendo alle loro esigenze. E bisogna anche migliorare il dialogo tra partiti stessi, perché le democrazie si fondano sul confronto costruttivo tra partiti in competizione e non sull’assegnazione di ruoli amico/nemico.
Terzo punto, nonché uno dei più importanti da cui partire, è la necessità di lavorare seriamente sul coinvolgimento delle cittadine e dei cittadini. Avere istituzioni democratiche formali, infatti, non è sufficiente a garantire il sostegno pubblico. Governi e politici lontani dalle persone, che non rispondono più adeguatamente alle loro preoccupazioni, perché li escludono dall’assunzione di un ruolo attivo nei processi decisionali, sgretolano le democrazie. Dopotutto, che il coinvolgimento dei cittadini sia il fondamento della democrazia lo dice la stessa etimologia della parola, dal greco “démos”, "popolo", e “krátos”, "potere" (potere al popolo). Un nuovo rapporto dell’Ocse, che evidenzia l’importanza di rispondere alle crescenti richieste di coinvolgimento dei cittadini affinché gli sforzi di riforma dei governi siano pienamente efficaci, offre ai decisori pubblici uno strumento concreto per sviluppare strategie di riforma in cui l’accettabilità pubblica sia pienamente integrata. Sul tema del coinvolgimento va poi segnalata l’ultima consultazione pubblica avviata dalla Commissione europea, proprio sullo scudo europeo per la democrazia. Un’opportunità per cittadine e cittadini, autorità pubbliche, organizzazioni della società civile, ricercatrici e ricercatori, settore privato e altre parti interessate, di condividere le proprie idee su come promuovere e rafforzare ulteriormente la democrazia nell'Unione europea. La domanda è quanti risponderanno, dal momento che un recente sondaggio della Commissione Ue ha rivelato che i cittadini europei sono pronti e interessati, ma al tempo stesso scettici sul proprio impatto. Ad ogni modo, si tratta di un’iniziativa certamente sulla strada giusta, dal momento che non possiamo riuscire a rafforzare pienamente le nostre democrazie senza la guida di un’Europa forte e unita, dando seguito alla grande manifestazione della società civile “Una piazza per l’Europa”, anche scrivendo un nuovo manifesto politico adeguato ai nostri tempi che possa ispirarci e rinnovare la cultura democratica, mostrarne la sua forza e non il suo declino, renderla resiliente al clima autoritario che si respira intorno a noi.
Infine, per il nostro Paese, ripartiamo da ciò che abbiamo. Da una Costituzione troppo spesso trascurata dal grande pubblico, ma che continua invece a tutelare i nostri valori e principi, e da qualche anno anche quelli delle future generazioni. E poi da un Capo dello Stato, Sergio Mattarella, che nei momenti che contano ha sempre avuto il coraggio di prendere decisioni anche scomode e che con le sue parole ci guida ed è ancora garanzia del nostro Paese e dei nostri valori in tutto il mondo.
di Flavia Belladonna
Copertina: Ansa
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